L’Editoriale di Ciro Carbone: Sistema salute a rischio default, più investimenti e più lavoro

L’ultimo convegno organizzato da Opi Napoli sui 40 anni del Sistema sanitario nazionale si è concluso con un evidente messaggio. Il sistema salute nazionale rischia seriamente di naufragare. E con esso i principi ispiratori che l’hanno caratterizzato: universalità, solidarietà e equità delle cure. Criteri e valori che hanno guidato in questi ultimi 40anni la nostra sanità, facendone una delle più solide, funzionali e socialmente apprezzate al mondo. Da qualche tempo non è più cosi. Squilibri territoriali la rendono poco equa, carenze di risorse finanziarie e umane allungano le liste d’attesa, depauperano il territorio, allontano il cittadino dalle cure, oppure lo avvicinano al privato (per chi se lo può permettere).
L’ultimo rapporto della Corte dei Conti è amaro. Ci dice che i “tagli in sanità hanno comportato una riduzione dell’equità nell’accesso alle cure”. Dopo oltre 10 anni di tagli drastici, le risorse disponibili non sono più sufficienti a mantenere in equilibrio il sistema. Non lo dicono solo gli infermieri. Il rapporto Ocse 2018 dice ad esempio che “in Italia è sempre più a rischio il diritto ad una sanità universalistica”. I dati disponibili sul sito della Commissione Europea confermano che il progressivo depauperamento del Sistema sanitario nazionale
sta aprendo una strada iniqua verso quello che già viene definito Secondo Pilastro e cioè la sanità integrativa. Cioè un sistema salute non a portata di tutti. Già adesso gli italiani pagano di tasca propria circa un quarto delle spese totali per stare in salute, ovvero poco meno di 40 miliardi di euro. Un dato significativo visto che sposta il finanziamento del sistema sempre più a carico dei cittadini. E allora, o non si capisce, oppure qualcuno ha già deciso diversamente: l’emergenza delle emergenze è, senza
ombra di dubbio, il mancato finanziamento.
Il costante definanziamento del sistema sanitario nazionale porta con se da oltre un decennio un progressivo esodo del personale sanitario. Infermieri prima di tutto. L’Italia figura in fondo alla classifica Ocse (cioè dei paesi sviluppati) per numero di infermieri occupati per 1000 abitanti (5,4 vs 9) e per rapporto infermieri/medici (1,4 vs 2,8). In estrema sintesi, abbiamo pochi infermieri in attività e con un’età media molto avanzata. Difficilmente la programmazione del fabbisogno formativo a breve termine permetterà di colmare questi gap. Relativamente alla spesa, è bene precisare che tra blocco del turnover e mancati rinnovi contrattuali dal 2004 al 2016 la spesa per il personale dipendente e per quello convenzionato di fatto è rimasta invariata. In altre parole, buona parte dei tagli alla sanità l’ha pagata il personale, sia in termini di riduzione delle assunzioni, sia in termini di mancato riconoscimento economico. Visto lo scenario, accogliamo come un felice cambio di passo quanto annunciato dal Governatore della Campania per un’imminente apertura a 7600 nuovi posti di lavoro nella sanità campana.
Il programma di occupazione promosso da De Luca lo accogliamo come una buona notizia per tutta la sanità campana e per i cittadini in primo luogo. Ma non dimentichiamo, naturalmente, i tanti giovani infermieri in attesa da anni di una stabilizzazione. Sarebbe anche il giusto coronamento ad una vertenza occupazionale che la professione porta avanti da anni per favorire il rientro dei tanti colleghi infermieri e infermiere pediatriche che lavorano fuori regione, per ottenere l’apertura di concorsi e la stabilizzazione dei precari, ove ancora esistenti. E l’esaurimento di tutte le forme di lavoro atipico. Penso ai tanti colleghi interinali ed ai colleghi che lavorano su progetti regionali e/o aziendali. Abbiamo bisogno di tutti per restituire ai cittadini napoletani e della Campania quell’offerta di salute che meritano. Sulla scrivania del Presidente De Luca c’è ancora il documento inviato dall’Opi Napoli nel quale si parla di attivazione di nuovi modelli organizzativi e adeguati percorsi clinico-assistenziali: ospedali di comunità, ambulatori infermieristici, infermiere di famiglia e di comunità.
Tante strade per creare occupazione migliorando l’assistenza. Mettendo insieme tutto questo, recuperando i posti persi per il blocco del turn over, l’applicazione della normativa comunitaria sull’orario di lavoro e quanto prevede la programmazione sulla sanità territoriale, si potrebbero creare abbastanza posti di lavoro. I numeri diffusi dalla Ragioneria dello Stato dicono che in Campania mancano all’incirca 9mila infermieri. Quindi saremo attenti a che gli infermieri siano giustamente considerati.
Ma siamo fiduciosi.

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