Editoriale Ciro Carbone – La nostra sfida alla buona politica, più infermieri nelle istituzioni

Il prezzo pagato dalla brava gente che non si interessa di politica è di essere governata da persone peggiori di loro.” Cito Platone non per vanagloria, o per fare sfoggio di alta cultura, ma perché autorevolmente esprime appieno, al meglio e in poche parole il mio pensiero, la mia ambizione: portare nella politica la visione, la passione e le competenze degli infermieri. Competenze nella sanità, naturalmente, ma anche sui temi della fragilità sociale e psicologica, sui minori, sugli anziani, sul disagio di chi soffre. Il tutto dentro una visione politica ben precisa: mettere il cittadino al centro delle politiche sanitarie e sociali e dei processi decisionali. Proprio così. Esattamente come noi infermieri, infermieri pediatrici, liberi professionisti o dipendenti, facciamo ogni giorno nel nostro piccolo, ponendo le esigenze di chi soffre al centro del processo di cura e di assistenza. Ecco il mio sogno. Il motivo che mi ha indotto ad autosospendermi momentaneamente dalla carica di Presidente degli infermieri di Napoli, per accettare una candidatura che io definisco di servizio. Servizio verso la collettività professionale alla quale appartengo, prima di ogni altra cosa. Ma più ancora nei confronti dei cittadini campani. È tempo che ciascuno di noi, io per primo, la politica prima di tutto, ma tutti insieme ci si prenda cura della cosa pubblica, della nostra sanità, delle nostre città, dei nostri territori. La politica, lo sapete, non è il mio mondo. I miei anni li ho spesi quasi tutti, da infermiere, nel prendermi cura delle persone. Come migliaia e migliaia di infermieri fanno ogni giorno, onorando il nostro mandato professionale e il nostro codice deontologico. Ma è tempo che la Professione prenda coscienza di se, di come essa sia cresciuta, del ruolo importante che oggi assume nella società. Non solo perché siamo l’Ordine professionale numericamente più importante. Ma perché esprimiamo idee, valori, passioni. Perché abbiamo una visione di società più equa, attenta ai bisogni, ma anche ai meriti. Merce rara di questi tempi. E allora è tempo che ci si faccia sentire li dove si prendono decisioni, senza delegare altri a farlo. Dobbiamo raggiungere insieme due obiettivi: porre il cittadino al centro di tutto il processo di cura e convincere la politica a investire nella sanità. E a non considerarla come un esborso doveroso e doloroso per mantenere in piedi le politiche di welfare. Investire sul personale, sull’innovazione tecnologica e la ricerca, sull’organizzazione, sul territorio. Il primo passo parte proprio da quest’ultimo aspetto: potenziare e valorizzare i presidi territoriali. L’infermiere e l’infermiere pediatrico di famiglia, o di quartiere, come mi piace definirli, potrebbero rappresentare un primo importante step per essere più vicini a chi ha bisogno d’assistenza e di cura. Stesso ragionamento vale per l’infermiere scolastico, figura centrale anche per la gestione del covid nelle classi, ma non solo. Bisogna poi allargare lo sguardo alle competenze e ai problemi di tutte le altre professioni sanitarie. E sono tante. Immagino una sanità inclusiva, capace di ascoltare e di ricevere il contributo di idee e soluzioni da parte di tutti i professionisti della salute, delle parti sociali e della società. Solo con una visione d’insieme, con un lavoro di squadra, in cui tutte le professioni e gli attori trovano cittadinanza, la sanità può rispondere al diritto ad un’assistenza equa, accessibile, sicura, universale e solidale. Oggi si può fare.

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